(Chinatown) Di Roman Polanski.
Con Jack Nicholson, Faye Dunaway. USA 1974. Noir, 131 min.
L'investigatore Gittes viene assunto per far luce su solita vicenda di tradimento coniugale. Quando l'uomo che segue scopre morto in circostanze fosche, si rende conto di essere invischiato in qualcosa di decisamente più grosso. Mentre emerge una storia di corruzione dell'amministrazione losangelina, una morbosa storia familiare si palesa man mano che entra in confidenza con la sua avvenente cliente.
Nel film si fa riferimento a Chinatown come luogo dove la ragione della legge viene distorta a favore di sporchi meccanismi, e logiche, in ragione del vil denaro. Solo alla fine Gittes mette piede in tale zona franca, ma lo spirito di Chinatown ha sovverchaito ormai anche quelle certezze che vigevano al di là dei suoi confini. Da qui, il titolo del film. L'ispirazione è ovviamente Chandler: in Gittes rivive Philip Marlowe, sia per senso di riluttanza che prova nei confronti del suo lavoro, sia per metodo d'indagine decisamente poco politically correct, sia per tagliente sarcasmo. Ma Polanski non si limita a tracciare le linee di una intricata spy story. Il marcio, il senso di desolazione, sgorga sempre più fuori man mano che l'investigatore si avvicina alla risoluzione del caso. La velata affinità con la femme Dunaway, leggiadra e inquieta, dà un leggero tocco di rosa all'opera, fa supporre un orizzonte felice, dopo tanto navigar nel tormento, ma il tragico epilogo fa tornare coi piedi sulla terra. Non basta una montagna di onestà per battere il vil denaro, ed effimere sono le soddisfazioni per il cuore. Siamo tutti cittadini di Chinatown, sentenzia Polanski.
★★★★*☆
4,5/5
recensioni di film di culto, nuove uscite, gemme nascoste
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lunedì 4 giugno 2012
martedì 19 aprile 2011
QUALCOSA E' CAMBIATO
(As good as it gets) Di James L. Brooks. Con Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear. USA 1997. Commedia sentimentale, 130 min.

Nonostante l'eccezionale talento creativo nella scrittura di romanzi romantici, lo scrittore Melvin Udall è profondamente misantropo. Come se non bastasse, è affetto da innumerevoli ossessioni. Un mix micidiale che lo rende inavvicinabile per chiunque, compreso il suo vicino di appartamento, un pittore omosessuale. L'unica persona che riesce a tollerarlo pare sia Carol, una cameriera del suo ristorante preferito. Un brutto incidente del vicino e l'interesse crescente verso Carol indurranno Melvin ad un seppur non semplice cambiamento.
Commediola squagliacuori dal forte gusto di chewing-gum, deve principalmente la popolarità al fatto che entrambi i suoi attori principali si sono portati a casa l'Oscar per la migliore interpretazione. La Hunt promana commovente sincerità (con merito pure dei delicati lineamenti), mentre Nicholson è una tempesta nel deserto, spettacolare quanto fastidiosa. Il resto è per lo più fuffa. Se nella prima parte di film gli atteggiamenti di Melvin possono far breccia, e alcune sue acide battute far ghignare, nella seconda il condensato di miele è quasi repellente. La favoletta di Afrodite che con la bacchetta cambia le persone si prolunga per più di due ore prive di ravvisabili bagliori, quando sarebbero serviti 90 minuti scarsi. Da prendere prudentemente alla leggera.
★★*☆☆
2,5/5

Nonostante l'eccezionale talento creativo nella scrittura di romanzi romantici, lo scrittore Melvin Udall è profondamente misantropo. Come se non bastasse, è affetto da innumerevoli ossessioni. Un mix micidiale che lo rende inavvicinabile per chiunque, compreso il suo vicino di appartamento, un pittore omosessuale. L'unica persona che riesce a tollerarlo pare sia Carol, una cameriera del suo ristorante preferito. Un brutto incidente del vicino e l'interesse crescente verso Carol indurranno Melvin ad un seppur non semplice cambiamento.
Commediola squagliacuori dal forte gusto di chewing-gum, deve principalmente la popolarità al fatto che entrambi i suoi attori principali si sono portati a casa l'Oscar per la migliore interpretazione. La Hunt promana commovente sincerità (con merito pure dei delicati lineamenti), mentre Nicholson è una tempesta nel deserto, spettacolare quanto fastidiosa. Il resto è per lo più fuffa. Se nella prima parte di film gli atteggiamenti di Melvin possono far breccia, e alcune sue acide battute far ghignare, nella seconda il condensato di miele è quasi repellente. La favoletta di Afrodite che con la bacchetta cambia le persone si prolunga per più di due ore prive di ravvisabili bagliori, quando sarebbero serviti 90 minuti scarsi. Da prendere prudentemente alla leggera.
★★*☆☆
2,5/5
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martedì 4 gennaio 2011
CODICE D'ONORE
Di Rob Reiner. Con Tom Cruise, Demi Moore, Jack Nicholson, Kevin Bacon. USA 1992. Drammatico, 138 min.

Due marines della base di Guantanamo a Cuba vengono accusati di omicidio nei confronti di un fragile compagno d'armi. La loro difesa, davanti alla corte marziale, è affidata ad un avvocato della marina in erba, Daniel Kafee. Con l'aiuto del suo superiore, il capitano Joanne Galloway, scopre che l'evento fu scaturito da un ordine superiore, un cosiddetto 'codice rosso', un provvedimento disciplinare sopra le righe. E alla cima della piramide, vi è niente meno che il colonnello della base, Nathan Jessep.
Carrellata di star, forse un tantinello superflua, per classico intrigo in tribunale dalla variante militaresca. Variante ben fortunata, visto che la trama non brilla particolarmente in originalità, ma è proprio il certosino lavoro sull'ambiente, sulla prassi, sui dettagli del mondo della Marina Americana a dar tono all'opera. Spingendosi a mettere il dito nella piaga del confine tra obbedienza verso sè stessi e obbedienza verso i superiori. Jack Nicholson, in 20 minuti scarsi, riesce a demolire i comunque quotati colleghi con una memorabile performance (che gli valse la candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista), divenendo invero l'attrazione principale, a scapito di investigazioni probatorie e arringhe. E Cruise, non può che osservare a bocca spalancata.
★★★☆☆
3/5

Due marines della base di Guantanamo a Cuba vengono accusati di omicidio nei confronti di un fragile compagno d'armi. La loro difesa, davanti alla corte marziale, è affidata ad un avvocato della marina in erba, Daniel Kafee. Con l'aiuto del suo superiore, il capitano Joanne Galloway, scopre che l'evento fu scaturito da un ordine superiore, un cosiddetto 'codice rosso', un provvedimento disciplinare sopra le righe. E alla cima della piramide, vi è niente meno che il colonnello della base, Nathan Jessep.
Carrellata di star, forse un tantinello superflua, per classico intrigo in tribunale dalla variante militaresca. Variante ben fortunata, visto che la trama non brilla particolarmente in originalità, ma è proprio il certosino lavoro sull'ambiente, sulla prassi, sui dettagli del mondo della Marina Americana a dar tono all'opera. Spingendosi a mettere il dito nella piaga del confine tra obbedienza verso sè stessi e obbedienza verso i superiori. Jack Nicholson, in 20 minuti scarsi, riesce a demolire i comunque quotati colleghi con una memorabile performance (che gli valse la candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista), divenendo invero l'attrazione principale, a scapito di investigazioni probatorie e arringhe. E Cruise, non può che osservare a bocca spalancata.
★★★☆☆
3/5
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