lunedì 30 aprile 2012

L'ULTIMO TERRESTRE

(L'ultimo terrestre) Di Gianni Pacinotti. Con Gabriele Spinelli, Anna Bellato. Italia 2011. Drammatico, 100 min.



Gli extraterrestri sono atterrati. Ma nessuno pare prestare particolare interesse all'epocale evento. Compreso Luca, ragazzo ormai non più giovanissimo, per quanto trincerato in una timidezza tipicamente adolescenziale. Cameriere presso una sala bingo dove svolge i compiti più sgradevoli, ha come unico amico un transessuale. I suoi sogni romantici hanno al centro una vicina acqua e sapone, con la quale però non riesce a costruire alcun tipo di relazione. L'arrivo degli alieni pare portare finalmente un cambio di marcia nella sua vita.
Una gradevole sorpresa dell'anno passato, questo “L'ultimo terrestre” dell'esordiente Pacinotti, sebbene i pareri troppo entusiastici vadano un po' tenuti a freno. L'idea di affiancare la formazione di un “homo bamboccionis” all'avvento dei dischi volanti è allettante, il siparietto tra il padre di Luca e l'aliena perfino esilarante, ma fondamentalmente l'espediente marziano rimane sullo sfondo, tanto che difficilmente si potrà parlare di film di fantascienza. In primo piano rimane, appunto, la ricerca d'identità del protagonista. Egregiamente interpretato da Spinelli, la sua conquista della maturità avviene fin troppo in modo frettoloso e a seguito di un paio di classici eventi shock nel finale, convincendo solo parzialmente. Si apprezzano di più le gag “sporche”, sparse qua e là. Comunque, buona la prima, signor Pacinotti.

★★★☆☆
3/5

martedì 28 febbraio 2012

V PER VENDETTA

(V for Vendetta) Di James McTeigue. Con Hugo Weaving, Natalie Portman. USA 2005. Fantascienza, Azione 121 min.



In una futuristica Inghilterra, il potere è nelle mani di un governo totalitario che rimbecillisce i propri cittadini a suon di notizie farsa, programmi televisivi servili e coprifuoco alle 10 di sera. A chi disapprova il governo o contravviene alle regole è, ovviamente, riservato un trattamento speciale. Al sistema si oppone un misterioso personaggio che si fa chiamare "V", cui obiettivo finale è far saltare in aria il Parlamento inglese e vendicarsi di alcuni membri del partito che hanno devastato la sua vita.
McTeigue seduce con un mondo dalle pieghe orwelliane (1984), chissà quanto distante ancora dalla realtà nella quale viviamo, e il primordiale richiamo della vendetta, invocata da un personaggio piuttosto fantasioso (il film è tratto, non a caso, da un fumetto di culto). Mixati i due elementi con scene d'azione e colpi d'arti marziali, il successo di pubblico è lì, dietro l'angolo. Ad essere un pelo più smaliziati, ciò non basta per farne un film memorabile. McTeigue ci mette troppo tempo a raccontare gli eventi, e le due ore sembrano non riuscire a contenere tutto ciò che bolle in pentola. La retorica dei diritti e delle libertà, appiccicosa. Le interpretazioni, anonime. "V per Vendetta" è solo un film da noleggiare, vedere una volta e procedere oltre.

★★★☆☆
3/5

venerdì 10 febbraio 2012

FASTER, PUSSYCAT! KILL! KILL!

(Faster, pussycat! Kill! Kill!) Di Russ Meyer. Con Tura Satana, Haji, Lori Williams. USA 1966. Azione, 80 min.



Un trio di spogliarelliste sfreccia attraverso il deserto americano compiendo ogni genere di misfatto. Dopo aver ucciso un giovane in una lite riguardante una corsa di velocità, ne rapiscono la fidanzata, con l'intenzione di usarla come esca per sedurre un vecchio invalido. In qualche angolo della sua vasta proprietà, egli custodisce una ricca pensione sopra la quale le ragazze vogliono mettere le mani.
Dietro una patina grossolana, dove le tette delle protagoniste la fanno da padrone, e ilari scene fanno pensare al preambolo di un film porno, la fatica di Russ Meyer cela un fascino malsano tutto suo. Da alcuni considerato vero cult, “Faster, Pussycat!” pare non conosca alcun freno nella messinscena delle più basse turpitudini. Violenza, raggiro e perversione viaggiano a pari passo con i bolidi di Varla, Rosie e Billie, in un mondo dove i good guys sono destinati ad indossare la maschera dell'umiliazione. Potrebbe essere frainteso per film maschilista. Tutt'altro, qua la femmina raggiunge un'emancipazione che pochi film hanno osato regalare, poiché le si concede di agire esattamente come l'uomo. Imperdibile per gli amanti di Tarantino.

★★★*☆☆
3,5/5

DRIVE

(Drive) Di Nicolas Winding Refn. Con Ryan Gosling, Ron Perlman. USA 2011. Criminale, 95 min.



X, taciturno meccanico ed asso del volante, tira avanti tra lavori in officina e servizi notturni poco limpidi. Il capo sogna di condurlo alla gloria, sfruttandone le abilità di pilota. La sua monotona vita viene rotta dall'incontro con Irina, giovane mamma sposata con un galeotto ispanico. Per regalare serenità alla donna, X decide di aiutare proprio il marito, che come debito da pagare ad alcuni malviventi deve rapinare un'agenzia di pegni. Si troverà invischiato in un pericoloso affare della mafia locale.
Uno dei film più celebrati del 2011, deve il suo appeal soprattutto alla figura del protagonista, un glaciale giustiziere della notte dal passato nebuloso, e alle scene a quattro ruote mozzafiato. Al di là di ciò, poco di nuovo sotto il sole: le iniziali premesse, che fanno respirare l'aria di “Taxi Driver” e di “Punto Zero”, vengono presto tradite da una trama criminale non nuova. Favori dovuti, inghippi, bagni di sangue, rese dei conti: non siamo distanti da numerosi blockbuster d'azione. Per di più, l'etica secondo cui X si muove a tratti pare tutt'altro che credibile. E' buona invece la combinazione del montaggio con una colonna sonora dalle tinte dark, dietro alla quale si cela Angelo Badalamanti. Candidato ad essere oggetto di (probabilmente mediocre) sequel.

★★★☆☆
3/5

domenica 15 gennaio 2012

FITZCARRALDO

(Fitcarraldo) Di Werner Herzog. Con Klaus Kinski, Claudia Cardinale. Germania 1981. Avventura, 150 min.



La storia di Fitzcarraldo e delle sue strampalate idee per farsi ricco nel Sud America dei primi '900, tra ferrovie transandine e fabbriche di produzione di ghiaccio. Tutto ad un solo scopo, tutto per realizzare il suo sogno più grande: costruire un grande teatro dell'Opera in mezzo alla foresta amazzonica. Fitzcarraldo è talmente determinato nei suoi intenti da lanciarsi in una folle avventura col suo battello, alla ricerca di caucciù per misteriose terre verdi, popolate da sanguinari indigeni.
Herzog e Kinski tornano nella parte più buia e profonda del Sud America rincorrendo l'utopia, proprio come in “Aguirre furore di Dio”, qualche anno prima. Ma se nel capolavoro appena citato il regista tedesco partiva da fondate premesse storiche, che infine sfociavano in un incubo, in “Fitzcarraldo” il piglio è più fantasioso, spensierato. E' come se Herzog avesse voluto tornare sui propri passi per rielaborare il vecchio film in modo da far, stavolta, sorridere. Vi riesce perché il personaggio principale, spettacolarmente interpretato dall'istrione Klaus Kinski, è al centro di una centrifuga di esilaranti trovate. Ma non si tratta meramente di umorismo fine a sé stesso. Tutto è teso al delucidare quanto i sogni possano portare lontano, seppur irrealizzabili, e quanto essi possano amalgamare uomini apparentemente tanto distanti. Ancor meglio, forse, si tratta di una genuina dichiarazione d'amore alla musica e alla natura, i quali litigano per contendersi la palma di reale protagonista del film.

★★★★☆
4/5

LA FUGA DI LOGAN

(Logan's run) Di Michael Anderson. Con Michael York, Jenny Agutter. USA 1976. Fantascienza, 120 min.



Nel XXIII secolo la civiltà come oggi la conosciamo non esiste più: annientata da guerre e sovrappopolazione, ciò che rimane della razza umana è una comunità sotterranea, i cui bisogni sono soddisfatti interamente da robot. La regola vuole che coloro che vi appartengono devono abbandonare la città compiuti i trent'anni, a seguito di una misteriosa cerimonia chiamata “carosello”. Non tutti sono però intenzionati ad adempiere all'onere. Logan, sorvegliante del sistema, è chiamato ad indagare riguardo questi ribelli, e a scovare la loro terra promessa, “Santuario”.
Film cult per gli appassionati di sci-fi, dalle seducenti premesse ma dai risvolti altalenanti. Intriga l'idea della setta futuristica, annoia la scialba fuga dell'adepto, infine quasi commuove col raffronto nuovo mondo-vecchio mondo. Pacchiani i costumi, bruttini gli attori, scenografie che ricordano a tratti il palco di un teatro, eppure non ci si sbilancia ad affermare che “La fuga di Logan” abbia avuto un certo influsso sui film di fantascienza posteriori, e che meriti la visione. Il regista, o meglio l'opera al quale si è ispirato, prende evidentemente di mira la società che confida ciecamente nei dogmi religiosi, quali siano legalmente riconosciuti (come il carosello) che banditi (come il santuario). Qualcuno ad Hollywood prima o poi ne farà un remake.

★★★*☆☆
3,5/5

giovedì 12 gennaio 2012

MELANCHOLIA

(Melancholia) Di Lars von Trier. Con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland. Danimarca, Svezia, Germania, 2011. Drammatico, 130 min.




Un pianeta sconosciuto, Melancholia, fa la sua comparsa nel sistema solare. Secondo gli esperti, la sua traiettoria non dovrebbe costituire un problema per la Terra, sebbene la distanza sia drammaticamente ravvicinata. E' il giorno del suo matrimonio, quando Justine avvista nel cielo il misterioso oggetto celeste. Durante il ricevimento, non riesce a trovare serenità, e il programma va a rotoli, con gran delusione della sorella Claire. Si tratta di profonda incertezza nei riguardi del legame col marito, o di un oscuro presentimento? Gli scienziati hanno fatto bene i calcoli con Melancholia?
L'eclettico, sempre discusso, Lars von Trier, riesuma un genere, quello catastrofico, che mai ha dato contributi di rilievo alla storia del cinema, per avviare una spinosa riflessione sulla psicologia di due sorelle con molto poco in comune, eppure indissolubilmente legate. Justine, la sorella fuori dagli schemi, sembra perdere il senno dopo l'avvistamento di Melancholia. In realtà, come si scopre nella seconda parte in qualche breve battuta, la sua inquietudine sembra dettata dalla ripugnanza che prova verso una società che eppure si sente costretta, letteralmente, a sposare. Il fallimento del suo matrimonio, che le piaccia o no, è il fallimento della sua vita sociale. Se fosse abbastanza forte, come la madre, tirerebbe a dritto, fregandosene del giudizio altrui. Probabilmente non lo è, e rimane schiacciata da tale peso. A liberarla da questa oppressione ci pensa niente di meno che l'Armageddon, che accetta serenamente, come inevitabile fine dei propri dilemmi. Claire invece è la sorella di buon senso, che conduce una vita più che agiata, spensierata, in una sorta di castello circondato da un campo da golf. Ben integrata in quella società che Justine disgusta, pure il suo pianto finale, prima di essere polverizzata, pare iper-razionale. Lars von Trier vuole dirci che al giudizio universale arriveranno pronti coloro che hanno vissuto una vita travagliata e condotta con un briciolo di follia, non di certo personaggi come il marito di Claire, talmente intimorito dalla fine da suicidarsi abbandonando meschinamente moglie e figlio. Le ottime inquadrature, spesso in primo piano, riescono a scovare anche quei sentimenti dove le parole degli attori non arrivano, e in questo soprattutto la Dunst si è superata (tant'è che è stata premiata a Cannes). Più che di sconvolgenti immagini in computer grafica (ad eccezione dell'apertura sperimentale), von Trier si è servito del marcio che abbiamo dentro per turbare il sonno dello spettatore.

★★★★*☆
4,5/5