(Flight) Di Robert Zemeckis.
Con Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman. USA 2012. Drammatico, 138 min.
Whip Whitaker è un comandante di aerei di linea apparentemente tutto d'un pezzo. In realtà, Whitaker soffoca i propri problemi familiari nell'alcol e nella droga. Una mattina come tante, l'aereo che pilota soffre una drammatica avaria e si schianta, ma grazie alle sue eccezionali doti di pilota, riesce a limitare miracolosamente il numero delle vittime. Whitaker cerca di dare un taglio alle cattive abitudini, ma una commissione d'inchiesta sull'incidente indaga sul suo oscuro passato. La paura di subire una condanna, misto ad un senso di colpa latente, fa piombare il comandante di nuovo nel baratro della dipendenza.
I film sulla dipendenza da sostanze stupefacenti non sono certo una novità, potremmo parlare di un genere cinematografico a sé stante. In questo "Flight" di Zemeckis, semmai la novità sta nel mettere al centro del travaglio niente meno che un pilota d'aerei. I cliché, poi, sono quelli: i tentativi di smettere andati a male, l'uomo solo contro tutti, la bella di turno che piomba lì, all'improvviso, nella vita del nostro anti-eroe. D'altronde, ci sono punti notevoli: l'incidente iniziale è una ben condotta scarica d'adrenalina (peccato sia l'unica), e Zemeckis gestisce benissimo un film che alterna momenti 'adulti' a tratti più scanzonati. E poi, ovviamente, c'è Denzel, in un personaggio che si squaglia piano piano, fino a un pianificato "harakiri" finale. Un sollazzo, da aggiungere, il vecchio John Goodman.
★★★*☆☆
3,5/5
recensioni di film di culto, nuove uscite, gemme nascoste
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lunedì 18 febbraio 2013
mercoledì 6 febbraio 2013
7 PSICOPATICI
(7 Psychopaths) Di Martin McDonagh.
Con Colin Farrell, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Christopher Walken. USA 2012. Grottesco, 105 min.
Marty è uno sceneggiatore irlandese alcolizzato che vive un momento di blocco creativo. Suo malgrado, rimane coinvolto in un losco giro di rapimenti canini (!) messi in atto dal fidato amico Billy, e dal misterioso Hans, la cui moglie è ricoverata per un tumore. Billy crede che da queste rocambolesche vicende, Marty riuscirà a trovare ispirazione per il suo pezzo. Peccato che l'ultimo cane rapito sia di proprietà di un mafioso locale, e che intenda riprendersi con metodi poco ortodossi il cucciolo, e far pagare a caro prezzo la bravata alla combriccola.
McDonagh aveva felicemente impressionato già con "Bruges" qualche anno addietro, con una miscela di noir, sangue facile e umorismo spietato che tanto ricordava i Coen. Ripropone la formula in questo "7 Psicopatici", seppur con meno classe rispetto al precedessore. Di fatti, vorrebbe essere una originale parodia del film americano criminale/azione, ma finisce con l'essere una ennesima parodia del film americano criminale/azione. I personaggi soffrono delle forzature di sceneggiatura e della comicità a tutti i costi (notevoli almeno una manciata di battute di Billy, comunque). Svetta, senz'altro, il ruolo metafisico, paradossale, di Walken, vero punto d'interesse del film, sia per significato intrinseco che per interpretazione. Spruzzando sangue dove meno te l'aspetti, ha provato a fare il suo "Grande Lebowski", McDonagh. Non ci si è andato molto vicino, ma il tessuto ci sarebbe stato. Vediamo al prossimo giro di boa....
PS: C'è anche una piccola parte per Tom Waits.
★★*☆☆☆
2,5/5
Marty è uno sceneggiatore irlandese alcolizzato che vive un momento di blocco creativo. Suo malgrado, rimane coinvolto in un losco giro di rapimenti canini (!) messi in atto dal fidato amico Billy, e dal misterioso Hans, la cui moglie è ricoverata per un tumore. Billy crede che da queste rocambolesche vicende, Marty riuscirà a trovare ispirazione per il suo pezzo. Peccato che l'ultimo cane rapito sia di proprietà di un mafioso locale, e che intenda riprendersi con metodi poco ortodossi il cucciolo, e far pagare a caro prezzo la bravata alla combriccola.
McDonagh aveva felicemente impressionato già con "Bruges" qualche anno addietro, con una miscela di noir, sangue facile e umorismo spietato che tanto ricordava i Coen. Ripropone la formula in questo "7 Psicopatici", seppur con meno classe rispetto al precedessore. Di fatti, vorrebbe essere una originale parodia del film americano criminale/azione, ma finisce con l'essere una ennesima parodia del film americano criminale/azione. I personaggi soffrono delle forzature di sceneggiatura e della comicità a tutti i costi (notevoli almeno una manciata di battute di Billy, comunque). Svetta, senz'altro, il ruolo metafisico, paradossale, di Walken, vero punto d'interesse del film, sia per significato intrinseco che per interpretazione. Spruzzando sangue dove meno te l'aspetti, ha provato a fare il suo "Grande Lebowski", McDonagh. Non ci si è andato molto vicino, ma il tessuto ci sarebbe stato. Vediamo al prossimo giro di boa....
PS: C'è anche una piccola parte per Tom Waits.
★★*☆☆☆
2,5/5
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giovedì 28 giugno 2012
IL DITTATORE
(The Dictator) Di Larry Charles.
Con Sacha Baron Cohen. USA 2012. Comico, 83 min.
Il dittatore del fantomatico stato nordafricano di Wadiya, Hafez Aladeen, famoso per essere dispotico, antisemita e fanatico delle testate nucleari, è invitato a New York al Congresso delle Nazioni Unite. Le alte sfere di Wadiya però architettano alle sue spalle un golpe con l'intenzione di portare la democrazia nello stato, mossa dettata però più da interessi economici che etici. Tagliato fuori e sostituito da un goffo sosia, Aladeen tenta il tutto per tutto per salvare la propria dittatura.
L'istrione Sacha Baron Cohen, diretto come da solito da Larry Charles, si lancia nell'impersonificazione stavolta dell'incubo ricorrente delle democrazie occidentali. Una satira che non risparmia nessuno, dalle dittature di stampo mediorientale al cinismo a stelle e strisce, arrivando fino al contestatore occupy-style degli anni zero. Si ride, in una trama più che lineare, tra battute effettivamente originali e gag pepate, sebbene gli eccessi per Baron Cohen ovviamente non manchino. E finiscano per ricercare un umorismo spinto, troppo volgare, che umorismo non è, se non per qualche teenager ebete. Poi chissà, è d'ammirare in parte il suo non aver peli sulla lingua.
★★★☆☆
3/5
Il dittatore del fantomatico stato nordafricano di Wadiya, Hafez Aladeen, famoso per essere dispotico, antisemita e fanatico delle testate nucleari, è invitato a New York al Congresso delle Nazioni Unite. Le alte sfere di Wadiya però architettano alle sue spalle un golpe con l'intenzione di portare la democrazia nello stato, mossa dettata però più da interessi economici che etici. Tagliato fuori e sostituito da un goffo sosia, Aladeen tenta il tutto per tutto per salvare la propria dittatura.
L'istrione Sacha Baron Cohen, diretto come da solito da Larry Charles, si lancia nell'impersonificazione stavolta dell'incubo ricorrente delle democrazie occidentali. Una satira che non risparmia nessuno, dalle dittature di stampo mediorientale al cinismo a stelle e strisce, arrivando fino al contestatore occupy-style degli anni zero. Si ride, in una trama più che lineare, tra battute effettivamente originali e gag pepate, sebbene gli eccessi per Baron Cohen ovviamente non manchino. E finiscano per ricercare un umorismo spinto, troppo volgare, che umorismo non è, se non per qualche teenager ebete. Poi chissà, è d'ammirare in parte il suo non aver peli sulla lingua.
★★★☆☆
3/5
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lunedì 28 maggio 2012
J. EDGAR
(J.Edgar) Di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer. USA 2011. Biografico, 137 min.
Storia di J.Edgar Hoover, capo dell'FBI. Dai primi anni della lotta ai bolscevichi comunisti, a quella ai tremendi gangster dell'età probizionistica, Hoover e il suo bureau hanno dato per quasi 50 anni la caccia ad ogni genere di sovversivo sul suolo degli Stati Uniti. Un personaggio ambizioso, deciso, addirittura spietato, che nasconde però alcuni lati insospettabili, come la sudditanza nei confronti dell'apprensiva madre, e l'attrazione omosessuale per il braccio destro Clyde.
L'Eastwood regista ormai non stupisce più. Ormai il veterano Clint sforna a ritmo annuale prodotti di qualità inserendo semplicemente il pilota automatico, e "J.Edgar" non fa eccezione alla regola. Pure il montaggio e l'utilizzo di certe inquadrature pare abbiano ormai un marchio di riconoscimento. Chi si aspettava però un frenetico film poliziesco, o dalle forti tinte noir, rimarrà deluso. Eastwood si concentra più a scavare nelle viscere del suo protagonista, in modo particolare nella seconda parte, cercando di dimostrare come non esista l'uomo privo di debolezze. Una ricerca condotta un po' troppo lentamente, dove anche la narrazione a due binari temporali non pare essere di grande aiuto. Ci pensa un fantastico Leonardo Di Caprio (la sua migliore interpretazione?) a smuovere un po' le acque quando la staticità trionfa. Il finale riapre la lettura della storia di Hoover in chiave diversa, sebbene s'intenda facilmente che alcuni punti della vita di questo rilevante personaggio pubblico rimarranno per sempre oscuri. Prodotto di qualità, si diceva, ma Eastwood potrebbe presto apparire ridondante.
Storia di J.Edgar Hoover, capo dell'FBI. Dai primi anni della lotta ai bolscevichi comunisti, a quella ai tremendi gangster dell'età probizionistica, Hoover e il suo bureau hanno dato per quasi 50 anni la caccia ad ogni genere di sovversivo sul suolo degli Stati Uniti. Un personaggio ambizioso, deciso, addirittura spietato, che nasconde però alcuni lati insospettabili, come la sudditanza nei confronti dell'apprensiva madre, e l'attrazione omosessuale per il braccio destro Clyde.L'Eastwood regista ormai non stupisce più. Ormai il veterano Clint sforna a ritmo annuale prodotti di qualità inserendo semplicemente il pilota automatico, e "J.Edgar" non fa eccezione alla regola. Pure il montaggio e l'utilizzo di certe inquadrature pare abbiano ormai un marchio di riconoscimento. Chi si aspettava però un frenetico film poliziesco, o dalle forti tinte noir, rimarrà deluso. Eastwood si concentra più a scavare nelle viscere del suo protagonista, in modo particolare nella seconda parte, cercando di dimostrare come non esista l'uomo privo di debolezze. Una ricerca condotta un po' troppo lentamente, dove anche la narrazione a due binari temporali non pare essere di grande aiuto. Ci pensa un fantastico Leonardo Di Caprio (la sua migliore interpretazione?) a smuovere un po' le acque quando la staticità trionfa. Il finale riapre la lettura della storia di Hoover in chiave diversa, sebbene s'intenda facilmente che alcuni punti della vita di questo rilevante personaggio pubblico rimarranno per sempre oscuri. Prodotto di qualità, si diceva, ma Eastwood potrebbe presto apparire ridondante.
★★★*☆☆
3,5/5
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