(Django Unchained) Di Quentin Tarantino. Con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington. USA 2012. Western, 165 min.
Un cacciatore di taglie tedesco, King Schultz, necessita dell'aiuto di uno schiavo nero di nome Django per scovare tre fratelli che l'autorità vuole "dead or alive". Sbrigata la faccenda, Schultz regala la libertà a Django ma, scorgendone le doti di gran pistolero, gli propone di diventare suo socio in affari. Nasce così un redditizio sodalizio tra i due. Al termine dell'inverno, la collaborazione dovrebbe terminare, ma Schultz decide di aiutare Django in un'ultima, rischiosa, impresa: liberare sua moglie Broomhilda dalle grinfie di un viscido negriero.
Ennesimo capolavoro di Tarantino o filmetto che giova più che altro del tam-tam dovuto alla fama del suo creatore? "Django Unchained", cui prende nome dal "Django" italiano di Corbucci datato 1966, ma che non ne condivide pressocché niente a livello narrativo (se non un cameo di Franco Nero), è la prova meno tarantiniana di Tarantino. I momenti pulp sono limitati ad alcune scene concentrate soprattutto nel finale, e anche quelle sue famose discussioni-divagazioni paradossali tra protagonisti sono meno ravvisabili. Forse il regista si è sentito imbrigliato un po' dal genere? Ciò nonostante, un film di Tarantino, per essere notevole, non deve per forza trascinarsi dietro determinati marchi di fabbrica. "Django Unchained" rende onore al western contemporaneo, e lo fa ponendo al centro delle vicende, in modo quanto mai innovativo, un personaggio di colore. E' una critica, costellata da sparatorie, frustate e Sigfridi neri, a una società che, infondo, conserva un certo razzismo latente. Tarantino si destreggia sempre bene tra citazioni e gag fuori tempo, e inutile dire che è un maestro quando si tratta di tener alta la tensione, in modo da far scorrere agevolmente quasi tre lunghe ore (forse con qualche ricaduta centrale). Poco da opinare sopra un cast ineccepibile, dove si conferma, dopo i "Bastardi", il magistrale tedesco Waltz, e si gode un Di Caprio in un personaggio abbastanza nuovo rispetto al suo repertorio. Musiche e scenari danno fascino al fondo di questo dipinto western. C'è poco da fare: se si prende come metro di misura "Pulp Fiction" o "Le Iene", è inevitabile che i successivi lavori di Tarantino deludano, ma se si prende come metro di misura il film del panorama attuale medio, i lavori di Tarantino giganteggiano. Non è solo, per tanto, tam-tam. Alla fine, poi, se si considerano i litri di sangue finto utilizzati e la scena in cui Tarantino-attore si fa saltare in aria....diciamo che "Django Unchained" è meno tarantiniano delle opere anteriori, ma mica poi così tanto...
★★★★☆
4/5
recensioni di film di culto, nuove uscite, gemme nascoste
venerdì 22 febbraio 2013
lunedì 18 febbraio 2013
FLIGHT
(Flight) Di Robert Zemeckis.
Con Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman. USA 2012. Drammatico, 138 min.
Whip Whitaker è un comandante di aerei di linea apparentemente tutto d'un pezzo. In realtà, Whitaker soffoca i propri problemi familiari nell'alcol e nella droga. Una mattina come tante, l'aereo che pilota soffre una drammatica avaria e si schianta, ma grazie alle sue eccezionali doti di pilota, riesce a limitare miracolosamente il numero delle vittime. Whitaker cerca di dare un taglio alle cattive abitudini, ma una commissione d'inchiesta sull'incidente indaga sul suo oscuro passato. La paura di subire una condanna, misto ad un senso di colpa latente, fa piombare il comandante di nuovo nel baratro della dipendenza.
I film sulla dipendenza da sostanze stupefacenti non sono certo una novità, potremmo parlare di un genere cinematografico a sé stante. In questo "Flight" di Zemeckis, semmai la novità sta nel mettere al centro del travaglio niente meno che un pilota d'aerei. I cliché, poi, sono quelli: i tentativi di smettere andati a male, l'uomo solo contro tutti, la bella di turno che piomba lì, all'improvviso, nella vita del nostro anti-eroe. D'altronde, ci sono punti notevoli: l'incidente iniziale è una ben condotta scarica d'adrenalina (peccato sia l'unica), e Zemeckis gestisce benissimo un film che alterna momenti 'adulti' a tratti più scanzonati. E poi, ovviamente, c'è Denzel, in un personaggio che si squaglia piano piano, fino a un pianificato "harakiri" finale. Un sollazzo, da aggiungere, il vecchio John Goodman.
★★★*☆☆
3,5/5
Whip Whitaker è un comandante di aerei di linea apparentemente tutto d'un pezzo. In realtà, Whitaker soffoca i propri problemi familiari nell'alcol e nella droga. Una mattina come tante, l'aereo che pilota soffre una drammatica avaria e si schianta, ma grazie alle sue eccezionali doti di pilota, riesce a limitare miracolosamente il numero delle vittime. Whitaker cerca di dare un taglio alle cattive abitudini, ma una commissione d'inchiesta sull'incidente indaga sul suo oscuro passato. La paura di subire una condanna, misto ad un senso di colpa latente, fa piombare il comandante di nuovo nel baratro della dipendenza.
I film sulla dipendenza da sostanze stupefacenti non sono certo una novità, potremmo parlare di un genere cinematografico a sé stante. In questo "Flight" di Zemeckis, semmai la novità sta nel mettere al centro del travaglio niente meno che un pilota d'aerei. I cliché, poi, sono quelli: i tentativi di smettere andati a male, l'uomo solo contro tutti, la bella di turno che piomba lì, all'improvviso, nella vita del nostro anti-eroe. D'altronde, ci sono punti notevoli: l'incidente iniziale è una ben condotta scarica d'adrenalina (peccato sia l'unica), e Zemeckis gestisce benissimo un film che alterna momenti 'adulti' a tratti più scanzonati. E poi, ovviamente, c'è Denzel, in un personaggio che si squaglia piano piano, fino a un pianificato "harakiri" finale. Un sollazzo, da aggiungere, il vecchio John Goodman.
★★★*☆☆
3,5/5
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martedì 12 febbraio 2013
CLOUD ATLAS
(Cloud Atlas) Di Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski.
Con Tom Hanks, Halle Berry, Hugh Grant, Hugo Weaving. Germania 2012. Fantascienza, 172 min.
Sei epoche diverse, sei storie connesse tra loro da una trama che ha per fili amore, virtù, umana follia e reincarnazione. La lotta contro la schiuavitù di un avvocato, la passione di un giovane compositore, la sete di verità di una giornalista scomoda, le peripezie di un vecchio editore, la scoperta dei sentimenti di una clone, le paure di un uomo nuovo di una società post-apocalittica. Tutti protagonisti che brancolano nel buio, ricercando una libertà che innalzi le proprie ambizioni e disperda un incessante timore per lo sconosciuto, per la morte.
Progetto indipendente colossale, nato dall'unione degli sforzi di Tykwer e del duo Wachowski, meglio conosciuti come i fratelli-Matrix. In quasi 3 ore di spettacolo, le sei storie paiono ficcate più dentro un frullatore che dentro un film. Il saltare ogni 3-4 minuti da un epoca all'altra può disorientarci non poco, ma prestando un minimo di attenzione, "Cloud Atlas" non cela poi questi significati tanto ermetici. Si tratta solo di un gioco con personaggi reincarnati, dove alcuni elementi riemergono, di quando in quando, dalle acque delle vicende separate sul piano temporale. Le prime quattro di fatto hanno ben poco di originale, mentre le due 'futuristiche', dove guarda caso pare che gli Wachowski si muovano a loro agio, mettono in mostra idee più seducenti. Peccato che, data la mole di eventi da narrare, tali idee non vengano poi più di tanto sviluppate. Piacevole vedere la metamorfosi che colpisce, allo sfogliare il calendario, la parata di star, che va da Hank alla Berry, fino a Grant. Nulla di rivoluzionario, se non un curioso esperimento con qualche buona trovata.
★★★☆☆
3/5
Sei epoche diverse, sei storie connesse tra loro da una trama che ha per fili amore, virtù, umana follia e reincarnazione. La lotta contro la schiuavitù di un avvocato, la passione di un giovane compositore, la sete di verità di una giornalista scomoda, le peripezie di un vecchio editore, la scoperta dei sentimenti di una clone, le paure di un uomo nuovo di una società post-apocalittica. Tutti protagonisti che brancolano nel buio, ricercando una libertà che innalzi le proprie ambizioni e disperda un incessante timore per lo sconosciuto, per la morte.
Progetto indipendente colossale, nato dall'unione degli sforzi di Tykwer e del duo Wachowski, meglio conosciuti come i fratelli-Matrix. In quasi 3 ore di spettacolo, le sei storie paiono ficcate più dentro un frullatore che dentro un film. Il saltare ogni 3-4 minuti da un epoca all'altra può disorientarci non poco, ma prestando un minimo di attenzione, "Cloud Atlas" non cela poi questi significati tanto ermetici. Si tratta solo di un gioco con personaggi reincarnati, dove alcuni elementi riemergono, di quando in quando, dalle acque delle vicende separate sul piano temporale. Le prime quattro di fatto hanno ben poco di originale, mentre le due 'futuristiche', dove guarda caso pare che gli Wachowski si muovano a loro agio, mettono in mostra idee più seducenti. Peccato che, data la mole di eventi da narrare, tali idee non vengano poi più di tanto sviluppate. Piacevole vedere la metamorfosi che colpisce, allo sfogliare il calendario, la parata di star, che va da Hank alla Berry, fino a Grant. Nulla di rivoluzionario, se non un curioso esperimento con qualche buona trovata.
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mercoledì 6 febbraio 2013
7 PSICOPATICI
(7 Psychopaths) Di Martin McDonagh.
Con Colin Farrell, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Christopher Walken. USA 2012. Grottesco, 105 min.
Marty è uno sceneggiatore irlandese alcolizzato che vive un momento di blocco creativo. Suo malgrado, rimane coinvolto in un losco giro di rapimenti canini (!) messi in atto dal fidato amico Billy, e dal misterioso Hans, la cui moglie è ricoverata per un tumore. Billy crede che da queste rocambolesche vicende, Marty riuscirà a trovare ispirazione per il suo pezzo. Peccato che l'ultimo cane rapito sia di proprietà di un mafioso locale, e che intenda riprendersi con metodi poco ortodossi il cucciolo, e far pagare a caro prezzo la bravata alla combriccola.
McDonagh aveva felicemente impressionato già con "Bruges" qualche anno addietro, con una miscela di noir, sangue facile e umorismo spietato che tanto ricordava i Coen. Ripropone la formula in questo "7 Psicopatici", seppur con meno classe rispetto al precedessore. Di fatti, vorrebbe essere una originale parodia del film americano criminale/azione, ma finisce con l'essere una ennesima parodia del film americano criminale/azione. I personaggi soffrono delle forzature di sceneggiatura e della comicità a tutti i costi (notevoli almeno una manciata di battute di Billy, comunque). Svetta, senz'altro, il ruolo metafisico, paradossale, di Walken, vero punto d'interesse del film, sia per significato intrinseco che per interpretazione. Spruzzando sangue dove meno te l'aspetti, ha provato a fare il suo "Grande Lebowski", McDonagh. Non ci si è andato molto vicino, ma il tessuto ci sarebbe stato. Vediamo al prossimo giro di boa....
PS: C'è anche una piccola parte per Tom Waits.
★★*☆☆☆
2,5/5
Marty è uno sceneggiatore irlandese alcolizzato che vive un momento di blocco creativo. Suo malgrado, rimane coinvolto in un losco giro di rapimenti canini (!) messi in atto dal fidato amico Billy, e dal misterioso Hans, la cui moglie è ricoverata per un tumore. Billy crede che da queste rocambolesche vicende, Marty riuscirà a trovare ispirazione per il suo pezzo. Peccato che l'ultimo cane rapito sia di proprietà di un mafioso locale, e che intenda riprendersi con metodi poco ortodossi il cucciolo, e far pagare a caro prezzo la bravata alla combriccola.
McDonagh aveva felicemente impressionato già con "Bruges" qualche anno addietro, con una miscela di noir, sangue facile e umorismo spietato che tanto ricordava i Coen. Ripropone la formula in questo "7 Psicopatici", seppur con meno classe rispetto al precedessore. Di fatti, vorrebbe essere una originale parodia del film americano criminale/azione, ma finisce con l'essere una ennesima parodia del film americano criminale/azione. I personaggi soffrono delle forzature di sceneggiatura e della comicità a tutti i costi (notevoli almeno una manciata di battute di Billy, comunque). Svetta, senz'altro, il ruolo metafisico, paradossale, di Walken, vero punto d'interesse del film, sia per significato intrinseco che per interpretazione. Spruzzando sangue dove meno te l'aspetti, ha provato a fare il suo "Grande Lebowski", McDonagh. Non ci si è andato molto vicino, ma il tessuto ci sarebbe stato. Vediamo al prossimo giro di boa....
PS: C'è anche una piccola parte per Tom Waits.
★★*☆☆☆
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lunedì 21 gennaio 2013
AMERICAN GANGSTER
(American Gangster) Di Ridley Scott. Con Denzel Washington, Russell Crowe, Josh Brolin. USA 2007. Drammatico, 157 min.
Alla fine degli anni '70, il padrino nero di Harlem, Bumpy Johnson, muore, e a succedergli è nientemeno che il suo autista, Frank Lucas. Inizialmente bistrattato dai "colleghi", Lucas azzecca la mossa di procurarsi eroina da spacciare in Vietnam, in piena stagione di conflitto. Lucas, la cui vita è apparantemente pulita e rigorosa, diviene uno dei più potenti boss della droga a NY. Sul suo traffico si getta un perspicace detective dalla vita familiare burrascosa, Richie Roberts. Nemmeno lui sospetta che al vertice vi è proprio Lucas.
Un buon mafia-movie, in salsa black, per l'affermato Mr.Scott. Se sul lato tecnico, poco si può discutere l'abilità del veterano regista, qualche nodo viene al pettine per quanto riguarda la scorrevolezza della traccia, che rischia di impantanarsi un po' nel mezzo (durata eccessiva?). Lacune che vengono tappate dai buon Denzel e Russell, che danno vita ad una partita a scacchi Yin VS Yang. E' forse questo il lato più fascinoso. Lucas e Roberts quasi si complementano, l'uno ha le qualità e i difetti dell'altro, e si confrontano a piccoli e ponderati passi, al bordo della nevrosi. Alla fine si rendono conto che al di là di una apparente, incolmabile distanza, sono più vicini tra loro che ai propri "fidati". Uso della violenza misurato, ma spietato.
★★★*☆☆
3,5/5
Alla fine degli anni '70, il padrino nero di Harlem, Bumpy Johnson, muore, e a succedergli è nientemeno che il suo autista, Frank Lucas. Inizialmente bistrattato dai "colleghi", Lucas azzecca la mossa di procurarsi eroina da spacciare in Vietnam, in piena stagione di conflitto. Lucas, la cui vita è apparantemente pulita e rigorosa, diviene uno dei più potenti boss della droga a NY. Sul suo traffico si getta un perspicace detective dalla vita familiare burrascosa, Richie Roberts. Nemmeno lui sospetta che al vertice vi è proprio Lucas.Un buon mafia-movie, in salsa black, per l'affermato Mr.Scott. Se sul lato tecnico, poco si può discutere l'abilità del veterano regista, qualche nodo viene al pettine per quanto riguarda la scorrevolezza della traccia, che rischia di impantanarsi un po' nel mezzo (durata eccessiva?). Lacune che vengono tappate dai buon Denzel e Russell, che danno vita ad una partita a scacchi Yin VS Yang. E' forse questo il lato più fascinoso. Lucas e Roberts quasi si complementano, l'uno ha le qualità e i difetti dell'altro, e si confrontano a piccoli e ponderati passi, al bordo della nevrosi. Alla fine si rendono conto che al di là di una apparente, incolmabile distanza, sono più vicini tra loro che ai propri "fidati". Uso della violenza misurato, ma spietato.
★★★*☆☆
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giovedì 17 gennaio 2013
LA TERRA SILENZIOSA
(The Quiet Earth) Di Geoff Murphy. Nuova Zelanda 1985. Fantascienza, 95 min.
Una mattina come tante, lo scienziato Zac Hobson si sveglia e si prepara per andare a lavoro. Ma qualcosa, là fuori, non torna. Le strade sono deserte. I ristoranti, i negozi, le fabbriche, vuoti. Zac Hobson si rende presto conto di essere l'ultimo essere umano rimasto sulla Terra, a causa di uno sciagurato esperimento scientifico della propria compagnia. Ma perché lui è ancora qua? Ed è veramente l'unico a respirare ancora l'aria del pianeta?
Bizzarro film di fantascienza dagli effetti, montaggio e fotografia tipicamente anni 80, e tipicamente low-cost. Il regista punta tutto su un egregio protagonista (che se la cava con disinvoltura, reggendo da solo gran parte dell'interpretazione della pellicola) e sul mistero che aleggia nella trama, la sensazione di un baratro a due passi. Ciò che però gli preme di più, è analizzare la natura umana allo stato brado, scandagliare la psiche di 3 uomini primitivi lanciati al bordo dell'Apocalisse. Trionfa la forza bruta o l'intelletto? La natura o la scienza? Anche questo è da leggere soggettivamente, nell'interrogativo finale. La solitudine di Zac è quella, comune, di una società vittima del progresso che essa stessa ha instaurato. Senza bisogno di catastrofi epocali.
★★★★☆
4/5
Una mattina come tante, lo scienziato Zac Hobson si sveglia e si prepara per andare a lavoro. Ma qualcosa, là fuori, non torna. Le strade sono deserte. I ristoranti, i negozi, le fabbriche, vuoti. Zac Hobson si rende presto conto di essere l'ultimo essere umano rimasto sulla Terra, a causa di uno sciagurato esperimento scientifico della propria compagnia. Ma perché lui è ancora qua? Ed è veramente l'unico a respirare ancora l'aria del pianeta?
Bizzarro film di fantascienza dagli effetti, montaggio e fotografia tipicamente anni 80, e tipicamente low-cost. Il regista punta tutto su un egregio protagonista (che se la cava con disinvoltura, reggendo da solo gran parte dell'interpretazione della pellicola) e sul mistero che aleggia nella trama, la sensazione di un baratro a due passi. Ciò che però gli preme di più, è analizzare la natura umana allo stato brado, scandagliare la psiche di 3 uomini primitivi lanciati al bordo dell'Apocalisse. Trionfa la forza bruta o l'intelletto? La natura o la scienza? Anche questo è da leggere soggettivamente, nell'interrogativo finale. La solitudine di Zac è quella, comune, di una società vittima del progresso che essa stessa ha instaurato. Senza bisogno di catastrofi epocali.
★★★★☆
4/5
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martedì 18 dicembre 2012
L'ULTIMO RE DI SCOZIA
(The Last King of Scotland) Di Kevin Macdonald.
Con Forest Whitaker, James McAvoy, Gillian Anderson. Gran Bretagna 2006. Drammatico, 122 min.
Giovane neolaureato in medicina, per fuggire da un oppressivo padre, lascia la Scozia e si lancia in un'avventurosa esperienza come medico volontario in Uganda. Sul Paese africano soffiano però venti di cambiamento: un colpo di stato sovverte i vertici governativi, e il generale Amin Dada diviene il nuovo presidente. Lo scozzese ne fa per caso conoscenza e finisce con l'essere il suo fido consigliere. Inizialmente entusiasta, conoscerà il subdolo effetto che provoca il potere sulla mente dell'uomo.
Negli anni 70, Amin Dada destituì l'allore Presidente ugandese Obote, trasformandosi per circa 10 anni in uno dei più spietati dittatori africani. Il film si ispira a tali vicende, sebbene gli aneddoti del plot siano chiaramente levigati per far sì che siano a misura di cinema. Credibile o meno, a Macdonald riesce bene la metamorfosi oscura dell'opera, da iniziale favola d'avventura a finale abominio delle umane gesta, senza apparenti pause narrative. Ma il vero spettacolo è Forest Whitaker, che incarna a perfezione la deriva psicologica di un personaggio così grande, così piccolo. E pare quasi dirci: anche l'uomo più potente del mondo, alla fine, si siede sulla tazza del cesso.
★★★*☆☆
3,5/5
Giovane neolaureato in medicina, per fuggire da un oppressivo padre, lascia la Scozia e si lancia in un'avventurosa esperienza come medico volontario in Uganda. Sul Paese africano soffiano però venti di cambiamento: un colpo di stato sovverte i vertici governativi, e il generale Amin Dada diviene il nuovo presidente. Lo scozzese ne fa per caso conoscenza e finisce con l'essere il suo fido consigliere. Inizialmente entusiasta, conoscerà il subdolo effetto che provoca il potere sulla mente dell'uomo.
Negli anni 70, Amin Dada destituì l'allore Presidente ugandese Obote, trasformandosi per circa 10 anni in uno dei più spietati dittatori africani. Il film si ispira a tali vicende, sebbene gli aneddoti del plot siano chiaramente levigati per far sì che siano a misura di cinema. Credibile o meno, a Macdonald riesce bene la metamorfosi oscura dell'opera, da iniziale favola d'avventura a finale abominio delle umane gesta, senza apparenti pause narrative. Ma il vero spettacolo è Forest Whitaker, che incarna a perfezione la deriva psicologica di un personaggio così grande, così piccolo. E pare quasi dirci: anche l'uomo più potente del mondo, alla fine, si siede sulla tazza del cesso.
★★★*☆☆
3,5/5
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sabato 8 dicembre 2012
L'ULTIMO SPETTACOLO
(The Last Picture Show) Un film di Peter Bogdanovich.
Con Jeff Bridges, Ellen Burstyn, Timothy Bottoms. USA 1971. Drammatico, 120 min.
Anni 50. In una piccola cittadina americana chiamata Anarene, si consumano le ultime vicende adolescenziali di due amici per la pelle. Storie di donne, balli di classe, bagordi notturni, tiri mancini a compagni meno svegli. Ma l'età adulta bussa, inesorabile, alle loro porte, e la serenità lascia il posto alle incertezze, al vuoto di una realtà cruda, completamente distante da quella che proietta il cinema della città.
E' un mesto, ma vibrante, ritratto della noia di paese di campagna americano, probabilmente attuale ancor oggi a distanza di 40 anni. Ma per Bogdanovich è l'arma perfetta per suscitare nostalgia, rimpianti, domande senza risposta. "Dove mi trovo adesso? Cos'è questo vuoto? Quale strada devo imboccare?". La fine della giovinezza suona quanto mai a campane a morto, in quel di Anarene. I giovani Bridges e Bottoms danno l'impressione, volenti o nolenti, di non saper cosa combinare delle proprie vite anche al di là del set cinematografico. L'eccellente bianco e nero, la fotografia, fermentano il dolce sapore di questi glory days.
★★★★*☆
4,5/5
Anni 50. In una piccola cittadina americana chiamata Anarene, si consumano le ultime vicende adolescenziali di due amici per la pelle. Storie di donne, balli di classe, bagordi notturni, tiri mancini a compagni meno svegli. Ma l'età adulta bussa, inesorabile, alle loro porte, e la serenità lascia il posto alle incertezze, al vuoto di una realtà cruda, completamente distante da quella che proietta il cinema della città.
E' un mesto, ma vibrante, ritratto della noia di paese di campagna americano, probabilmente attuale ancor oggi a distanza di 40 anni. Ma per Bogdanovich è l'arma perfetta per suscitare nostalgia, rimpianti, domande senza risposta. "Dove mi trovo adesso? Cos'è questo vuoto? Quale strada devo imboccare?". La fine della giovinezza suona quanto mai a campane a morto, in quel di Anarene. I giovani Bridges e Bottoms danno l'impressione, volenti o nolenti, di non saper cosa combinare delle proprie vite anche al di là del set cinematografico. L'eccellente bianco e nero, la fotografia, fermentano il dolce sapore di questi glory days.
★★★★*☆
4,5/5
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giovedì 28 giugno 2012
IL DITTATORE
(The Dictator) Di Larry Charles.
Con Sacha Baron Cohen. USA 2012. Comico, 83 min.
Il dittatore del fantomatico stato nordafricano di Wadiya, Hafez Aladeen, famoso per essere dispotico, antisemita e fanatico delle testate nucleari, è invitato a New York al Congresso delle Nazioni Unite. Le alte sfere di Wadiya però architettano alle sue spalle un golpe con l'intenzione di portare la democrazia nello stato, mossa dettata però più da interessi economici che etici. Tagliato fuori e sostituito da un goffo sosia, Aladeen tenta il tutto per tutto per salvare la propria dittatura.
L'istrione Sacha Baron Cohen, diretto come da solito da Larry Charles, si lancia nell'impersonificazione stavolta dell'incubo ricorrente delle democrazie occidentali. Una satira che non risparmia nessuno, dalle dittature di stampo mediorientale al cinismo a stelle e strisce, arrivando fino al contestatore occupy-style degli anni zero. Si ride, in una trama più che lineare, tra battute effettivamente originali e gag pepate, sebbene gli eccessi per Baron Cohen ovviamente non manchino. E finiscano per ricercare un umorismo spinto, troppo volgare, che umorismo non è, se non per qualche teenager ebete. Poi chissà, è d'ammirare in parte il suo non aver peli sulla lingua.
★★★☆☆
3/5
Il dittatore del fantomatico stato nordafricano di Wadiya, Hafez Aladeen, famoso per essere dispotico, antisemita e fanatico delle testate nucleari, è invitato a New York al Congresso delle Nazioni Unite. Le alte sfere di Wadiya però architettano alle sue spalle un golpe con l'intenzione di portare la democrazia nello stato, mossa dettata però più da interessi economici che etici. Tagliato fuori e sostituito da un goffo sosia, Aladeen tenta il tutto per tutto per salvare la propria dittatura.
L'istrione Sacha Baron Cohen, diretto come da solito da Larry Charles, si lancia nell'impersonificazione stavolta dell'incubo ricorrente delle democrazie occidentali. Una satira che non risparmia nessuno, dalle dittature di stampo mediorientale al cinismo a stelle e strisce, arrivando fino al contestatore occupy-style degli anni zero. Si ride, in una trama più che lineare, tra battute effettivamente originali e gag pepate, sebbene gli eccessi per Baron Cohen ovviamente non manchino. E finiscano per ricercare un umorismo spinto, troppo volgare, che umorismo non è, se non per qualche teenager ebete. Poi chissà, è d'ammirare in parte il suo non aver peli sulla lingua.
★★★☆☆
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martedì 19 giugno 2012
EYES WIDE SHUT
(Eyes wide shut) Di Stanley Kubrick.
Con Nicole Kidman, Tom Cruise. Gran Bretagna 1999. Drammatico, 150 min.
William e Alice sono una coppia perfetta, sposati e con figlia. Una sera, invitati ad una festa, si lasciano rispettivamente andare ad un gioco di seduzione intrapreso da sconosciuti. Alice però si ingelosisce. A fine serata confessa al marito, un tipo pienamente sicuro di sé, che qualche tempo prima aveva provato una forte attrazione per un ufficiale, col quale aveva scambiato solamente qualche sguardo. Le convinzioni di William riguardo Alice sprofondano, come del resto la fiducia nel loro legame sessuale. Tutti dubbi che lo condurranno nientemeno che ad una villa dove una setta pratica rituali orgiastici.
L'ultima fatica di Kubrick prima della morte rimarrà ricordata come il suo rompicapo cinematografico per eccellenza. Un labirinto all'interno della psiche umana, una sbirciatina nel mondo oscuro della sessualità sottocutanea, non sempre facile da decifrare (e digerire, motivo per il quale, quando uscì, a molti fece storcere il naso). Più spaccato sociale nella prima parte, più noir nella seconda, "Eyes wide shut" fa del mistero che sprigiona man mano che il tempo scorre la sua forza trainante. Immagini forti, talvolta vagamente da film del terrore, e l'accompagnamento musicale ipnotizzante suggellano il Gran Guignol delle passioni forti. Dietro famigliole che celebrano il breakfast insieme e feste d'alto bordo, la perversione è un lungo serpente che si muove mimetico nella vita quotidiana, senza risparmiare alcuno. Un lungo serpente il cui morso può risultare fatale: solo i legami più solidi, distinti dal sentimento più genuino, potranno resistergli. Eccellente la Kidman, decente Cruise.
★★★★*☆
4,5/5
William e Alice sono una coppia perfetta, sposati e con figlia. Una sera, invitati ad una festa, si lasciano rispettivamente andare ad un gioco di seduzione intrapreso da sconosciuti. Alice però si ingelosisce. A fine serata confessa al marito, un tipo pienamente sicuro di sé, che qualche tempo prima aveva provato una forte attrazione per un ufficiale, col quale aveva scambiato solamente qualche sguardo. Le convinzioni di William riguardo Alice sprofondano, come del resto la fiducia nel loro legame sessuale. Tutti dubbi che lo condurranno nientemeno che ad una villa dove una setta pratica rituali orgiastici.
L'ultima fatica di Kubrick prima della morte rimarrà ricordata come il suo rompicapo cinematografico per eccellenza. Un labirinto all'interno della psiche umana, una sbirciatina nel mondo oscuro della sessualità sottocutanea, non sempre facile da decifrare (e digerire, motivo per il quale, quando uscì, a molti fece storcere il naso). Più spaccato sociale nella prima parte, più noir nella seconda, "Eyes wide shut" fa del mistero che sprigiona man mano che il tempo scorre la sua forza trainante. Immagini forti, talvolta vagamente da film del terrore, e l'accompagnamento musicale ipnotizzante suggellano il Gran Guignol delle passioni forti. Dietro famigliole che celebrano il breakfast insieme e feste d'alto bordo, la perversione è un lungo serpente che si muove mimetico nella vita quotidiana, senza risparmiare alcuno. Un lungo serpente il cui morso può risultare fatale: solo i legami più solidi, distinti dal sentimento più genuino, potranno resistergli. Eccellente la Kidman, decente Cruise.
★★★★*☆
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venerdì 8 giugno 2012
DUNE
(Dune) Di David Lynch. Con Kyle MacLachlan, Sean Young, Sting. USA 1984. Fantascienza, 132 min.
Il pianeta Dune è ricco di una materia chiamata "spezia" capace di donare poteri straordinari a chi la detiene. La "spezia" è una necessità per il popolo degli Harkonnen, che vogliono dominare l'universo. Ad opporsi al loro piano di sfruttamento ci pensa la casata degli Atreides del pianeta Caladan. Il rampollo della famiglia, Paul, è il messia destinato a guidare verso la salvezza il popolo di Dune, i Fremen.
Possibilmente il peggior film di David Lynch. C'è troppe storie da raccontare, troppi concetti da spiegare, troppi personaggi da introdurre strizzati in queste due ore e 10 minuti, col risultato che la vicenda può essere quantomeno chiara solo a chi effettivamente ha avuto occasione di leggere il romanzo. Vicenda, tra l'altro, non straordinamente originale. Nel trambusto generale, emergono alcune figure stuzzicanti, tipicamente lynchiane (il barone, in primis), e alcune trovate tecnologiche fantasiose. Il tutto si svolge in una costante, sottile aria da sogno. Il protagonista sarebbe stato interpretato meglio da Sylvester Stallone. Una saga in due o tre episodi avrebbe fatto decollare il progetto, così rimane piuttosto un videogame senza controller. Una parte pure per Sting.
★★*☆☆☆
2,5/5
Il pianeta Dune è ricco di una materia chiamata "spezia" capace di donare poteri straordinari a chi la detiene. La "spezia" è una necessità per il popolo degli Harkonnen, che vogliono dominare l'universo. Ad opporsi al loro piano di sfruttamento ci pensa la casata degli Atreides del pianeta Caladan. Il rampollo della famiglia, Paul, è il messia destinato a guidare verso la salvezza il popolo di Dune, i Fremen.
Possibilmente il peggior film di David Lynch. C'è troppe storie da raccontare, troppi concetti da spiegare, troppi personaggi da introdurre strizzati in queste due ore e 10 minuti, col risultato che la vicenda può essere quantomeno chiara solo a chi effettivamente ha avuto occasione di leggere il romanzo. Vicenda, tra l'altro, non straordinamente originale. Nel trambusto generale, emergono alcune figure stuzzicanti, tipicamente lynchiane (il barone, in primis), e alcune trovate tecnologiche fantasiose. Il tutto si svolge in una costante, sottile aria da sogno. Il protagonista sarebbe stato interpretato meglio da Sylvester Stallone. Una saga in due o tre episodi avrebbe fatto decollare il progetto, così rimane piuttosto un videogame senza controller. Una parte pure per Sting.
★★*☆☆☆
2,5/5
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I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE
(Days of wine and roses) Di Blake Edwards.
Con Jack Lemmon. USA 1962. Drammatico, 117 min.
Joe ha problemi legati all'abuso di sostanze alcoliche, quando conosce la biondina Kirsten e se ne innamora. Ma non bastano un matrimonio e la nascita della figlia per fargli perdere il vizio, che anzi trasmette pure alla moglie, la quale diviene dipendente. Nonostante gli sforzi per darci un taglio, la coppia finisce col ricadere ogni volta nel vortice della "bumba". Joe, infine, dovrà adottare rimedi estremi.
Cruda ballata sulla dipendenza del bicchiere, che travestita da innocente spasso spinge giù da una discesa infernale i due protagonisti, verso l'autodistruzione, verso la disintegrazione familiare. Comincia senza particolarmente brillare, per poi assestare una dietro l'altra forti fitte al cuore, mediante le strazianti peripezie dei coniugi. Si finisce col fare il tifo per Joe, con l'incitarlo a mollare la "bumba"; ma nel film, come nella realtà, a chiacchere tutto è semplice. Viene così meno pure la certezza del legame affettivo, offuscata dai fumi alcolici. Edwards intelligente nel rendersi conto che tematiche del genere difficilmente possono lasciar spazio a un lieto fine, e di fatti, sebbene senza condannare, lascia tutto in un desolante bilico, a due passi dal baratro.
★★★★☆
4/5
Joe ha problemi legati all'abuso di sostanze alcoliche, quando conosce la biondina Kirsten e se ne innamora. Ma non bastano un matrimonio e la nascita della figlia per fargli perdere il vizio, che anzi trasmette pure alla moglie, la quale diviene dipendente. Nonostante gli sforzi per darci un taglio, la coppia finisce col ricadere ogni volta nel vortice della "bumba". Joe, infine, dovrà adottare rimedi estremi.
Cruda ballata sulla dipendenza del bicchiere, che travestita da innocente spasso spinge giù da una discesa infernale i due protagonisti, verso l'autodistruzione, verso la disintegrazione familiare. Comincia senza particolarmente brillare, per poi assestare una dietro l'altra forti fitte al cuore, mediante le strazianti peripezie dei coniugi. Si finisce col fare il tifo per Joe, con l'incitarlo a mollare la "bumba"; ma nel film, come nella realtà, a chiacchere tutto è semplice. Viene così meno pure la certezza del legame affettivo, offuscata dai fumi alcolici. Edwards intelligente nel rendersi conto che tematiche del genere difficilmente possono lasciar spazio a un lieto fine, e di fatti, sebbene senza condannare, lascia tutto in un desolante bilico, a due passi dal baratro.
★★★★☆
4/5
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lunedì 4 giugno 2012
CHINATOWN
(Chinatown) Di Roman Polanski.
Con Jack Nicholson, Faye Dunaway. USA 1974. Noir, 131 min.
L'investigatore Gittes viene assunto per far luce su solita vicenda di tradimento coniugale. Quando l'uomo che segue scopre morto in circostanze fosche, si rende conto di essere invischiato in qualcosa di decisamente più grosso. Mentre emerge una storia di corruzione dell'amministrazione losangelina, una morbosa storia familiare si palesa man mano che entra in confidenza con la sua avvenente cliente.
Nel film si fa riferimento a Chinatown come luogo dove la ragione della legge viene distorta a favore di sporchi meccanismi, e logiche, in ragione del vil denaro. Solo alla fine Gittes mette piede in tale zona franca, ma lo spirito di Chinatown ha sovverchaito ormai anche quelle certezze che vigevano al di là dei suoi confini. Da qui, il titolo del film. L'ispirazione è ovviamente Chandler: in Gittes rivive Philip Marlowe, sia per senso di riluttanza che prova nei confronti del suo lavoro, sia per metodo d'indagine decisamente poco politically correct, sia per tagliente sarcasmo. Ma Polanski non si limita a tracciare le linee di una intricata spy story. Il marcio, il senso di desolazione, sgorga sempre più fuori man mano che l'investigatore si avvicina alla risoluzione del caso. La velata affinità con la femme Dunaway, leggiadra e inquieta, dà un leggero tocco di rosa all'opera, fa supporre un orizzonte felice, dopo tanto navigar nel tormento, ma il tragico epilogo fa tornare coi piedi sulla terra. Non basta una montagna di onestà per battere il vil denaro, ed effimere sono le soddisfazioni per il cuore. Siamo tutti cittadini di Chinatown, sentenzia Polanski.
★★★★*☆
4,5/5
L'investigatore Gittes viene assunto per far luce su solita vicenda di tradimento coniugale. Quando l'uomo che segue scopre morto in circostanze fosche, si rende conto di essere invischiato in qualcosa di decisamente più grosso. Mentre emerge una storia di corruzione dell'amministrazione losangelina, una morbosa storia familiare si palesa man mano che entra in confidenza con la sua avvenente cliente.
Nel film si fa riferimento a Chinatown come luogo dove la ragione della legge viene distorta a favore di sporchi meccanismi, e logiche, in ragione del vil denaro. Solo alla fine Gittes mette piede in tale zona franca, ma lo spirito di Chinatown ha sovverchaito ormai anche quelle certezze che vigevano al di là dei suoi confini. Da qui, il titolo del film. L'ispirazione è ovviamente Chandler: in Gittes rivive Philip Marlowe, sia per senso di riluttanza che prova nei confronti del suo lavoro, sia per metodo d'indagine decisamente poco politically correct, sia per tagliente sarcasmo. Ma Polanski non si limita a tracciare le linee di una intricata spy story. Il marcio, il senso di desolazione, sgorga sempre più fuori man mano che l'investigatore si avvicina alla risoluzione del caso. La velata affinità con la femme Dunaway, leggiadra e inquieta, dà un leggero tocco di rosa all'opera, fa supporre un orizzonte felice, dopo tanto navigar nel tormento, ma il tragico epilogo fa tornare coi piedi sulla terra. Non basta una montagna di onestà per battere il vil denaro, ed effimere sono le soddisfazioni per il cuore. Siamo tutti cittadini di Chinatown, sentenzia Polanski.
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venerdì 1 giugno 2012
I CANCELLI DEL CIELO
(Heaven's gate) Di Michael Cimino.
Con Christopher Walken, Isabelle Huppert, Kris Kristofferson, Jeff Bridges. USA 1980. Drammatico, 211 min.
Alla fine del XIX secolo, in una contea degli Stati Uniti i potenti allevatori di bestiame dichiarano guerra ad una modesta comunità di contadini, immigrati dell'Est Europa, accusati di anarchia e rapina. Lo sceriffo Averill, dapprima riluttante, decide di aiutare la propria gente nell'impossibile impresa di sconfiggere il nemico a stelle e striscie. A spingerlo è l'affetto che prova per una prostituta, anch'ella di origini europee, che contende all'amico,traditore, Nate Champion.
Globalmente riconosciuto come il più grande fiasco della storia del cinema, "I cancelli del cielo" è figlio delle bizze di un regista certo talentuoso, ma che come Icaro volle volare troppo in alto. Lo sforzo (per lo più economico, della povera United Artists, in seguito fallita) nella sceneggiatura, nelle scenografie, nella mirabolante fotografia, si perde nel traboccante lago di minuti dell'opera. Dall'andatura terribilmente lenta, e dalla comprensione minata dai colloqui in lingua iper-originale, Cimino pare abbia girato un kolossal per il semplice gusto di riguardarselo in casa, da solo , maledicendo il mondo esterno. Nella seconda fase prende un po' quota, con l'arrivo dell'azione e della cruda drammaticità, ma la battaglia conclusiva è quantomai confusionaria. Cimino riuscì pure a rovinare la carriera al buon Kristofferson. Comunque un'esperienza da provare, se non altro perchè è un piacere per gli occhi. E per i più temerari, c'è la versione originale: più di 5 ore.
★★★☆☆
3/5
Alla fine del XIX secolo, in una contea degli Stati Uniti i potenti allevatori di bestiame dichiarano guerra ad una modesta comunità di contadini, immigrati dell'Est Europa, accusati di anarchia e rapina. Lo sceriffo Averill, dapprima riluttante, decide di aiutare la propria gente nell'impossibile impresa di sconfiggere il nemico a stelle e striscie. A spingerlo è l'affetto che prova per una prostituta, anch'ella di origini europee, che contende all'amico,traditore, Nate Champion.
Globalmente riconosciuto come il più grande fiasco della storia del cinema, "I cancelli del cielo" è figlio delle bizze di un regista certo talentuoso, ma che come Icaro volle volare troppo in alto. Lo sforzo (per lo più economico, della povera United Artists, in seguito fallita) nella sceneggiatura, nelle scenografie, nella mirabolante fotografia, si perde nel traboccante lago di minuti dell'opera. Dall'andatura terribilmente lenta, e dalla comprensione minata dai colloqui in lingua iper-originale, Cimino pare abbia girato un kolossal per il semplice gusto di riguardarselo in casa, da solo , maledicendo il mondo esterno. Nella seconda fase prende un po' quota, con l'arrivo dell'azione e della cruda drammaticità, ma la battaglia conclusiva è quantomai confusionaria. Cimino riuscì pure a rovinare la carriera al buon Kristofferson. Comunque un'esperienza da provare, se non altro perchè è un piacere per gli occhi. E per i più temerari, c'è la versione originale: più di 5 ore.
★★★☆☆
3/5
martedì 29 maggio 2012
QUANDO L'AMORE BRUCIA L'ANIMA
(Walk the line) Di James Mangold.
Con Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon, Robert Patrick. USA 2005. Biografico, 135 min
Johnny è poco più di un fanciullo quando suo fratello maggiore viene a mancare a causa di un incidente lavorativo. Cresce coltivando sensi di colpa, alimentati dalla diffidenza del padre, e sposa una ragazza che non lo capisce del tutto. Aggiungendo pure gli stenti economici, l'unica cosa che riesce a far sorridere Johnny è la musica. Sebbene dotati di scarse qualità tecniche, lui ed un paio di amici riescono ad ottenere un contratto da parte di una casa discografica facendo esclusivamente leva sul cuore. E' l'inizio della carriera di uno dei più grandi cantanti country, Johnny Cash, e della sua vera storia d'amore, con la cantante June Carter.
La bio-pic di Mangold non smette di coinvolgere un solo secondo nell'arco delle oltre due ore. Amalgamando tematiche inerenti il disagio della Grande Depressione, cuori ribelli, scontri familiari e scorribande rock 'n' roll, il tutto condito fortemente da siparietti musicali condotti impeccabilmente da Phoenix, la vita di Johnny Cash difficilmente poteva essere portata meglio sul grande schermo. Di meglio, probabilmente, c'è solamente un buon libro. Non solo può regalare emozioni a chi già conosce il "man in black" e la sua opera, ma è ottimo anche per chi, per la prima volta, si avvicina alla mitica figura. Si può perdonare l'abbondanza di zucchero, perché anche da spettatori si finisce facilmente con l'amare Reese Witherspoon.
★★★★☆
4/5
Johnny è poco più di un fanciullo quando suo fratello maggiore viene a mancare a causa di un incidente lavorativo. Cresce coltivando sensi di colpa, alimentati dalla diffidenza del padre, e sposa una ragazza che non lo capisce del tutto. Aggiungendo pure gli stenti economici, l'unica cosa che riesce a far sorridere Johnny è la musica. Sebbene dotati di scarse qualità tecniche, lui ed un paio di amici riescono ad ottenere un contratto da parte di una casa discografica facendo esclusivamente leva sul cuore. E' l'inizio della carriera di uno dei più grandi cantanti country, Johnny Cash, e della sua vera storia d'amore, con la cantante June Carter.
La bio-pic di Mangold non smette di coinvolgere un solo secondo nell'arco delle oltre due ore. Amalgamando tematiche inerenti il disagio della Grande Depressione, cuori ribelli, scontri familiari e scorribande rock 'n' roll, il tutto condito fortemente da siparietti musicali condotti impeccabilmente da Phoenix, la vita di Johnny Cash difficilmente poteva essere portata meglio sul grande schermo. Di meglio, probabilmente, c'è solamente un buon libro. Non solo può regalare emozioni a chi già conosce il "man in black" e la sua opera, ma è ottimo anche per chi, per la prima volta, si avvicina alla mitica figura. Si può perdonare l'abbondanza di zucchero, perché anche da spettatori si finisce facilmente con l'amare Reese Witherspoon.
★★★★☆
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lunedì 28 maggio 2012
J. EDGAR
(J.Edgar) Di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer. USA 2011. Biografico, 137 min.
Storia di J.Edgar Hoover, capo dell'FBI. Dai primi anni della lotta ai bolscevichi comunisti, a quella ai tremendi gangster dell'età probizionistica, Hoover e il suo bureau hanno dato per quasi 50 anni la caccia ad ogni genere di sovversivo sul suolo degli Stati Uniti. Un personaggio ambizioso, deciso, addirittura spietato, che nasconde però alcuni lati insospettabili, come la sudditanza nei confronti dell'apprensiva madre, e l'attrazione omosessuale per il braccio destro Clyde.
L'Eastwood regista ormai non stupisce più. Ormai il veterano Clint sforna a ritmo annuale prodotti di qualità inserendo semplicemente il pilota automatico, e "J.Edgar" non fa eccezione alla regola. Pure il montaggio e l'utilizzo di certe inquadrature pare abbiano ormai un marchio di riconoscimento. Chi si aspettava però un frenetico film poliziesco, o dalle forti tinte noir, rimarrà deluso. Eastwood si concentra più a scavare nelle viscere del suo protagonista, in modo particolare nella seconda parte, cercando di dimostrare come non esista l'uomo privo di debolezze. Una ricerca condotta un po' troppo lentamente, dove anche la narrazione a due binari temporali non pare essere di grande aiuto. Ci pensa un fantastico Leonardo Di Caprio (la sua migliore interpretazione?) a smuovere un po' le acque quando la staticità trionfa. Il finale riapre la lettura della storia di Hoover in chiave diversa, sebbene s'intenda facilmente che alcuni punti della vita di questo rilevante personaggio pubblico rimarranno per sempre oscuri. Prodotto di qualità, si diceva, ma Eastwood potrebbe presto apparire ridondante.
Storia di J.Edgar Hoover, capo dell'FBI. Dai primi anni della lotta ai bolscevichi comunisti, a quella ai tremendi gangster dell'età probizionistica, Hoover e il suo bureau hanno dato per quasi 50 anni la caccia ad ogni genere di sovversivo sul suolo degli Stati Uniti. Un personaggio ambizioso, deciso, addirittura spietato, che nasconde però alcuni lati insospettabili, come la sudditanza nei confronti dell'apprensiva madre, e l'attrazione omosessuale per il braccio destro Clyde.L'Eastwood regista ormai non stupisce più. Ormai il veterano Clint sforna a ritmo annuale prodotti di qualità inserendo semplicemente il pilota automatico, e "J.Edgar" non fa eccezione alla regola. Pure il montaggio e l'utilizzo di certe inquadrature pare abbiano ormai un marchio di riconoscimento. Chi si aspettava però un frenetico film poliziesco, o dalle forti tinte noir, rimarrà deluso. Eastwood si concentra più a scavare nelle viscere del suo protagonista, in modo particolare nella seconda parte, cercando di dimostrare come non esista l'uomo privo di debolezze. Una ricerca condotta un po' troppo lentamente, dove anche la narrazione a due binari temporali non pare essere di grande aiuto. Ci pensa un fantastico Leonardo Di Caprio (la sua migliore interpretazione?) a smuovere un po' le acque quando la staticità trionfa. Il finale riapre la lettura della storia di Hoover in chiave diversa, sebbene s'intenda facilmente che alcuni punti della vita di questo rilevante personaggio pubblico rimarranno per sempre oscuri. Prodotto di qualità, si diceva, ma Eastwood potrebbe presto apparire ridondante.
★★★*☆☆
3,5/5
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mercoledì 23 maggio 2012
PREDATOR
(Predator) Di John McTiernan. Con Arnold Schwarzenegger, Carl Weathers. USA 1987. Azione, 107 min.
Un pugno di commandos, a cui capo vi è il corpulento maggiore Dutch, viene spedito in America Centrale per prestare soccorso all'equipaggio di un elicottero in panne in zona "calda". Ben presto Dutch si rende conto di essere stato ingannato: la sua non è una missione di soccorso, ma una vera e propria operazione militare architettata dalla CIA. Peggio ancora, un misterioso guerriero invisibile pare stia pedinando la compagnia con intenzioni non esattamente benevoli.
Capostipite di una successiva serie di spin-off, la fama di "Predator" è dovuta a tensione e fattore sorpresa. L'essenziale trama di film di guerra, pregna di smaciullamenti collettivi buoni con il pop corn, viene genialmente sovvertita dall'entrata in scena di un'entità irrazionale che sconvolge ogni banalità. La durata della pellicola allora comincia a scivolare via, quasi pattinasse sul sudore, sulle lacrime dei protagonisti. Ambientazione, che risulta una minaccia a priori (e qua forse, uno dei motivi del fallimento del sequel), ed effetti speciali, semplici ma sempreverdi a 25 anni di distanza, giocano un ruolo importante. E' vero, non c'è nessun messaggio etico nascosto tra le righe, come cercano di fare i film di fantascienza oggi, ma chi riesce a pensare a tanto col fiato del Predator sul collo? Uno Schwarzy al top della forma fisica fa quel che deve fare, senza meritare Award ma nemmeno sfigurare.
★★★★☆
4/5
Un pugno di commandos, a cui capo vi è il corpulento maggiore Dutch, viene spedito in America Centrale per prestare soccorso all'equipaggio di un elicottero in panne in zona "calda". Ben presto Dutch si rende conto di essere stato ingannato: la sua non è una missione di soccorso, ma una vera e propria operazione militare architettata dalla CIA. Peggio ancora, un misterioso guerriero invisibile pare stia pedinando la compagnia con intenzioni non esattamente benevoli.Capostipite di una successiva serie di spin-off, la fama di "Predator" è dovuta a tensione e fattore sorpresa. L'essenziale trama di film di guerra, pregna di smaciullamenti collettivi buoni con il pop corn, viene genialmente sovvertita dall'entrata in scena di un'entità irrazionale che sconvolge ogni banalità. La durata della pellicola allora comincia a scivolare via, quasi pattinasse sul sudore, sulle lacrime dei protagonisti. Ambientazione, che risulta una minaccia a priori (e qua forse, uno dei motivi del fallimento del sequel), ed effetti speciali, semplici ma sempreverdi a 25 anni di distanza, giocano un ruolo importante. E' vero, non c'è nessun messaggio etico nascosto tra le righe, come cercano di fare i film di fantascienza oggi, ma chi riesce a pensare a tanto col fiato del Predator sul collo? Uno Schwarzy al top della forma fisica fa quel che deve fare, senza meritare Award ma nemmeno sfigurare.
★★★★☆
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lunedì 21 maggio 2012
13 ASSASSINI
(Juusan-nin no shikaku) Di Takashi Miike. Giappone 2010. Avventura, 141 min.
Shimada è un esperto samurai chiamato ad attuare una congiura allo scopo di eliminare il fratello dello Shogun in carica, un uomo sanguinario che tratta i suoi sudditi al pari di bestie. Shimada raccoglie al suo fianco altri 12 guerrieri. Tra loro e il compimento dell'impresa vi è un vero e proprio esercito pronto a sacrificarsi nell'interesse dell'incolumità del proprio signore.
Takashi Miike, chi segue un po' il cinema nipponico lo saprà, è sinonimo di fiumi di sangue. Anche in "13 Assassini", ovviamente, la violenza la fa da padrona. Al di là di fendenti di spada e teste che rotolano, l'attenzione viene catturata dalla rappresentazione delle solenni tradizioni dell'antica società giapponese. Soprattutto, suggestiona lo scontro titanico tra due modi di intendere l'etica samurai: quella che giura dedizione eterna al signore, indipendentemente dagli atti che egli compia, e quella che è pronta a ribellarsi nel caso in cui i valori essenziali del rispetto della vita vengano compromessi, indipendentemente da chi li calpesti. Miike non rinuncia alla comicità nemmeno nei momenti più drammatici. La carneficina finale è quantomai esagerata, segnala di come"13 assassini" sia fondamentalmente più un film da divertimento che operazione storica seria.
Shimada è un esperto samurai chiamato ad attuare una congiura allo scopo di eliminare il fratello dello Shogun in carica, un uomo sanguinario che tratta i suoi sudditi al pari di bestie. Shimada raccoglie al suo fianco altri 12 guerrieri. Tra loro e il compimento dell'impresa vi è un vero e proprio esercito pronto a sacrificarsi nell'interesse dell'incolumità del proprio signore.
Takashi Miike, chi segue un po' il cinema nipponico lo saprà, è sinonimo di fiumi di sangue. Anche in "13 Assassini", ovviamente, la violenza la fa da padrona. Al di là di fendenti di spada e teste che rotolano, l'attenzione viene catturata dalla rappresentazione delle solenni tradizioni dell'antica società giapponese. Soprattutto, suggestiona lo scontro titanico tra due modi di intendere l'etica samurai: quella che giura dedizione eterna al signore, indipendentemente dagli atti che egli compia, e quella che è pronta a ribellarsi nel caso in cui i valori essenziali del rispetto della vita vengano compromessi, indipendentemente da chi li calpesti. Miike non rinuncia alla comicità nemmeno nei momenti più drammatici. La carneficina finale è quantomai esagerata, segnala di come"13 assassini" sia fondamentalmente più un film da divertimento che operazione storica seria.
★★★☆☆
3/5
3/5
giovedì 10 maggio 2012
BULLET IN THE HEAD
(Die xue jie tou) Di John Woo. Con Tony Leung. Hong Kong 1990. Drammatico, 120 min.
Tre amici abbandonano Hong Kong in cerca di fortuna, o più semplicemente di avventura, e approdano in un Vietnam in piena guerra, con lo scopo di vendere alcuni prodotti al mercato nero. La missione va immediatamente a picco, ma i ragazzi non demordono. La loro sete di denaro li fa scivolare nelle mani dei Viet Cong, dove il loro sadalizio finisce compromesso.
Tutto pare mescolato in un frullatore: si passa da matrimoni a regolamenti di conti, da rivolte di piazza a missioni di contrabbando, da bordelli pieni di puttane a campi di prigionia, da abbracci fraterni e pistolettate in testa. Non a caso, John Woo dovette ridurre di un'ora la durata della sua fatica. Ancor più assurdo il fatto che tre ragazzini di Hong Kong diventino esperti killer appena annusino l'aria del Vietnam. Eppure sarebbe un errore stroncarlo del tutto. Perché Woo è senza peli sulla lingua, e fa del crudo lo specchio per lo schifo che sta a giro per il mondo. Come ne "Il cacciatore", la guerra del Vietnam è un uragano che sconvolge relazioni interpersonali, prima strette, ora molli. Nel mare monstrum di drammi, l'apice è probabilmente il serrato scontro finale. Chissà, in versione integrale sarebbe stato qualcosa di memorabile.
★★★☆☆
3/5
Tre amici abbandonano Hong Kong in cerca di fortuna, o più semplicemente di avventura, e approdano in un Vietnam in piena guerra, con lo scopo di vendere alcuni prodotti al mercato nero. La missione va immediatamente a picco, ma i ragazzi non demordono. La loro sete di denaro li fa scivolare nelle mani dei Viet Cong, dove il loro sadalizio finisce compromesso.Tutto pare mescolato in un frullatore: si passa da matrimoni a regolamenti di conti, da rivolte di piazza a missioni di contrabbando, da bordelli pieni di puttane a campi di prigionia, da abbracci fraterni e pistolettate in testa. Non a caso, John Woo dovette ridurre di un'ora la durata della sua fatica. Ancor più assurdo il fatto che tre ragazzini di Hong Kong diventino esperti killer appena annusino l'aria del Vietnam. Eppure sarebbe un errore stroncarlo del tutto. Perché Woo è senza peli sulla lingua, e fa del crudo lo specchio per lo schifo che sta a giro per il mondo. Come ne "Il cacciatore", la guerra del Vietnam è un uragano che sconvolge relazioni interpersonali, prima strette, ora molli. Nel mare monstrum di drammi, l'apice è probabilmente il serrato scontro finale. Chissà, in versione integrale sarebbe stato qualcosa di memorabile.
★★★☆☆
3/5
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WARRIOR
(Warrior) Di Gavin O’Connor. Con Joel Edgerton, Tom Hardy, Nick Nolte. USA 2011. Drammatico, 131 min.
Tommy e Brendan, fratelli, non si vedono da anni. La loro famiglia si è disgregata a causa del temperamento irascibile del padre alcolizzato, un tempo abile preparatore nel mondo degli sport di combattimento. A distanza di anni, le loro strade tornano ad incrociarsi nel più cruento dei modi: entrambi cercano riscatto, Brendan dal lato economico, Tommy dai fantasmi che ha in testa, in un torneo di arti marziali miste, cui vi partecipano i gotha mondiali della disciplina.
I film sulla boxe, o su altre discipline ad essa affiancabili, proprio non riescono a scindere il binomio violenza sul ring-disagio sociale. Fondamentalmente, giusto così che sia. O'Connor, in questo suo "Rocky" in salsa lotta libera, è bravo a scovare tra drammi umani vecchi come l'uomo (l'alcolismo) e nuove tragedie (la crisi economica, la guerra in Iraq). Questa base fa da preludio a sessioni di training, dimostrazioni muscolari, scontri sanguinosi tra le corde (diretti con eccellenti inquadrature) che per alcuni non costituiranno una gran novità dopo cento anno di cinema, ma è inoltre il punto di partenza, cosa ben più importante, del toccante, complesso rapporto triangolare padre-figlio maggiore-figlio minore. Se il lieto fine è quasi un obbligo, O'Connor lascia qualche ombra che impone l'angolo buio al personaggio intepretato dal bravo Nolte: in un mondo non rose e fiori, dove fratello incrocia la spada con fratello, non è ammessa una second chance per chi si è macchiato di abietti crimini in passato. Nemmeno chiedendo pietà in ginocchio.
★★★★☆
4/5
Tommy e Brendan, fratelli, non si vedono da anni. La loro famiglia si è disgregata a causa del temperamento irascibile del padre alcolizzato, un tempo abile preparatore nel mondo degli sport di combattimento. A distanza di anni, le loro strade tornano ad incrociarsi nel più cruento dei modi: entrambi cercano riscatto, Brendan dal lato economico, Tommy dai fantasmi che ha in testa, in un torneo di arti marziali miste, cui vi partecipano i gotha mondiali della disciplina.I film sulla boxe, o su altre discipline ad essa affiancabili, proprio non riescono a scindere il binomio violenza sul ring-disagio sociale. Fondamentalmente, giusto così che sia. O'Connor, in questo suo "Rocky" in salsa lotta libera, è bravo a scovare tra drammi umani vecchi come l'uomo (l'alcolismo) e nuove tragedie (la crisi economica, la guerra in Iraq). Questa base fa da preludio a sessioni di training, dimostrazioni muscolari, scontri sanguinosi tra le corde (diretti con eccellenti inquadrature) che per alcuni non costituiranno una gran novità dopo cento anno di cinema, ma è inoltre il punto di partenza, cosa ben più importante, del toccante, complesso rapporto triangolare padre-figlio maggiore-figlio minore. Se il lieto fine è quasi un obbligo, O'Connor lascia qualche ombra che impone l'angolo buio al personaggio intepretato dal bravo Nolte: in un mondo non rose e fiori, dove fratello incrocia la spada con fratello, non è ammessa una second chance per chi si è macchiato di abietti crimini in passato. Nemmeno chiedendo pietà in ginocchio.
★★★★☆
4/5
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